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Perché il sistema StartUp tarda a decollare?

Da qualche tempo seguiamo l’evoluzione del mondo StartUp nel nostro Paese e ci sembra che la posizione dell’Italia nel contesto mondiale, pur migliorata, non sia cambiata in modo soddisfacente.

I vari commentatori concordano sostanzialmente sul fatto che il sostegno del governo, dal punto di vista finanziario, sembra essere adeguato (anche se certamente non lo è l’aspetto burocratico connesso), mentre mancherebbe il contributo convinto e deciso delle Istituzioni private o di singoli privati.

Rivediamo le fonti di finanziamento pubblico diretto o indiretto (1):

  • Anzitutto, la norma che finanzia a tasso zero le nuove attività per i giovani entro la fascia 18-35 anni, per progetti di nuove attività con investimenti sino a 1,5 milioni  (progetto Invitalia)
  • Poi le agevolazoni per le “startup innovative” tecnologiche e digitali (progetto Smart & Start)
  • La costituzione di cooperative “semplificate”: oggi bastano 3 soci (progetto delle Centrali nazionali della cooperazione)
  • Il programma “SelfiEmployment” o “Garanzia Giovani” , che prevede un contributo a tasso zero per giovani sino a 29 anni che non studino né lavorino, contributo estensibile a piccole iniziative anche di lavoro autonomo
  • Il programma “Decreto Sud” per i giovani non titolari di impresa, di otto Regioni del Mezzogiorno
  • Lo sgravio contributivo totale per i primi 3 anni, per le nuove iscrizioni nella previdenza agricola, per le imprese e i lavoratori autonomi under 40
  • Erasmus giovani imprenditori (scambio di esperienza fra aspiranti imprenditori europei, della durata di 6 mesi)
  • Le agevolazioni per giovani imprenditori gestite da Regioni, Camere di commercio e altre realtà (Enasarco o realtà professionali).

Agevolazioni fiscali, deroghe al diritto del lavoro e a quello fallimentare sono in atto già dal 2013. Fra le agevolazioni (3) vi è anche una garanzia pubblica sull’80% dei prestiti bancari e la possibilità di pagare i dipendenti in stock option.

Infine, si pensa di coinvolgere gli investitori istituzionali (per esempio i fondi pensione), con agevolazioni fiscali soprattutto sul capital gain.

Anche le idee imprenditoriali ci sono e il supporto di cui sopra ha fatto crescere il numero delle aziende innovative (anche se sono poche quelle che sopravvivono). L’autoimprenditorialità è il sogno dei giovani under 35 in Italia: siamo i primi in Europa per tasso di self employment (il 6,3% della popolazione fra 15 e 35 anni, alla guida di 566268 imprese).

A dimostrazione della validità delle idee imprenditoriali, sta il fatto che l’Italia resta un paese prevalentemente preda di acquisizioni (2): in sette anni circa sono state chiuse operazioni per 1,2 mld di euro (gli Stati Uniti sono il primo paese acquirente di tecnologie e StartUp). Le nuove aziende che vanno meglio sono quelle del settore farmaceutico, manifattura strumentale e software; e vengono acquisite soprattutto da imprese più grandi.

Insomma, il nostro Paese ha una delle normative più avanzate; quello che manca ancora è un vero mercato dei capitali.

Dunque, il punto debole risulta essere lo scarso convincimento delle Istituzioni private o di singoli privati: gli investitori presenti sono più finanziari che industriali, sono attirati cioè da una crescita rapida del valore dell’azienda e da una altrettanto rapida uscita dal capitale, piuttosto che guidati da una visione a medio-lungo termine, forse condizionati dal fatto che a livello mondiale (rapporto Star-Up M&A 2017) il 71% delle startup analizzate non riesce a restituire il capitale investito (soprattutto da venture capital e business angel). Alberto Onetti (Mind the Bridge) riporta che mediamente le startup acquistate (attraverso una operazione di exit) hanno tra i 10 e i 50 collaboratori, tra i 5 e i 15 anni dalla loro costituzione, con un capitale raccolto di oltre 50 milioni di dollari.

In Italia manca, cioè, lo sviluppo di un sistema anche finanziario privato, che sostenga le iniziative delle StartUp e le valorizzi nel loro progetto di evoluzione. La crescita del venture capital è insufficiente. ”Manca (3) un vero mercato dei capitali di rischio, fondi che possono investire da 5 a 10 milioni su tempi lunghi, oppure soggetti privati (angels) che accompagnino i giovani nelle loro avventure aziendali” (Cipolletta-Aifi). Se si fa eccezione per il settore farmaceutico e della innovazione digitale nelle banche e nella finanza, le medie e grandi imprese non sono attive nel promuovere le StartUp perché non amano avventurarsi in idee fortemente innovative (o, quantomeno, tentano di fare innovazione in casa loro), anche se oggi si tenta (Aifi) di coinvolgerle in acceleratori di innovazione esterni.

In conclusione, il “vuoto” non è nelle idee e neppure nelle professionalità, ma negli investimenti, condizionati da un contesto socioculturale del nostro Paese che non alimenta lo sviluppo di nuove idee.

(1) Da: La Stampa, 2 ottobre 2017, estratto da pag.17-18, “Giovani e start-up, dove chiedere i finanziamenti”, a firma M.P.

(2) Da: Italia Oggi , 2 ottobre 2017, estratto da pag.16, “Le startup italiane fanno gola”, a firma Federico Unnia.

(3) Da: L’economia, 2 ottobre 2017, estratto da pag.2,3, “Start-up”, a firma Ferruccio de Bortoli.

Investire in StartUp? Ecco il convegno che fa per voi!

Il prossimo 15 Marzo, presso la Camera di Commercio di Reggio Emilia, il Gruppo StartUp e PMI Innovative dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Reggio Emilia affronterà un tema di grande attualità, ovvero l’investimento e l’ingresso di nuovi soci nel capitale di nuove imprese alla luce del Decreto Crescita 2.0 ed Investment Compact.

L’iniziativa ha la finalità di illustrare ai partecipanti gli strumenti di finanziamento per StartUppers e Founders, con particolare riferimento ai profili fiscali e alla documentazione contrattuale a supporto del processo di investimento.

Il seminario è rivolto ad imprenditori, commercialisti, consulenti e aspiranti imprenditori e investitori interessati ad approfondire gli aspetti dell’investimento nel capitale di rischio di imprese StartUp e PMI innovative. Vi invitiamo ad approfondire al seguente link

Business Athtletics, nella persona del Founder Emilio A. Manzotti, presenterà un Case History e proporrà la propria testimonianza: è una eccellente occasione per conoscerci!

 

 

 

Industria 4.0: rapporto tra formazione e innovazione

Ritorniamo sul tema del rapporto tra formazione e innovazione: lo spunto è tratto dall’articolo di Laura Cavestri, apparso il 27 gennaio su Il Sole 24 Ore (link a fondo pagina).

Scrive l’articolista a proposito dell’Industria 4.0: “Per 7 aziende su 10 sarà fondamentale per crescere. Ma proprio 7 aziende su 10 non hanno ancora fatto nulla o quasi per formarsi, attrezzarsi e capire come declinare l’«Industria 4.0» nella propria realtà di Pmi. È quanto emerge da uno studio realizzato dalla società di consulenza Staufen Italia”.

Prosegue con qualche dato che fa riflettere: “Quel che emerge è che i concetti di “Fabbrica intelligente”, “Internet of Things” e dei macchinarin in grado di “comunicare” con il prodotto per migliorarlo e migliorarsi, restano, per lo più, materie per convegni. Quasi il 70 % dice di essere in fase iniziale o di non aver ancora fatto nulla. Solo un 20% ha già qualche esperienza alle spalle.

Per ultimo, cita le parole di Giancarlo Oriani, amministratore unico di Staufen Italia: “Questi risultati non ci sorprendono perché coerenti con la poca sensibilità che le imprese italiane hanno verso la riorganizazione e la trasformazione dell’organizzazione aziendale e dei processi. Una tensione invece fortissima nelle Pmi tedesche. Se la produzione industriale italiana dal 2008 è cresciuta del 4% e quella tedesca del 38% forse non è solo colpa della crisi o delle tasse».

Quando si parla di formazione, a nostro avviso occorre distinguere tra addestramento ed evoluzione. L’addestramento si ottiene lavorando sul sapere e sul saper fare – l’evoluzione si conquista integrando le nuove competenze nell’essere (di una azienda – di una persona).

Attenzione quindi a pensare alla formazione in termini di “erogazione di un corso”: il risultato di un percorso di apprendimento va sempre oltre le nuove conoscenze o le capacità apprese. Il pregio è che, al suo apice, le persone saranno indipendenti, avranno realizzato e compiuto un grande passo verso l’autonomia.

Questo è – forse – ciò che spaventa gli industriali, e allora è utile ricordare lo cambio di battute apparso in una vignetta che ha fatto il giro dei Social nell’ultimo mese: “E se una volta che avremo formato il personale, questo decidesse di abbandonarci?” domanda il primo uomo. Risponde l’interlocutore: “E se non lo formassimo e questo decidesse di rimanere con noi?”

Noi di Business Athletics siamo per dare voce alla formazione, e alla vera leva della innovazione: la progettualità.

Rif. articolo: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2016-01-27/italia-ritardo-industria-40-063729.shtml?uuid=ACQY3BIC